..ad Arianna che no, il canale 610 non c'è più. Che anche in soggiorno vedrà gli altri cartoni. Certo sono meno belli (forse) ma dai, in fin dei conti sono belli anche loro.
E che alle 21.30 non comincia "la vita secondo Jim", e che posso fare i piatti anche con più calma.
Ma che per lei non cambierà nulla: il divano sarà sempre comodo, suo fratellino le romperà le scatole ancora per un po' poi tutti a nanna.
Debbo spiegarle che il decoder non si è rotto, semplicemente non lo usiamo più. Ed al suo motivatissimo "E perchè?" non risponderò un "perchè sì" stupido o una bugia "eh, non li danno più.." o peggio una bugia che non potrebbe capire "Costa troppo!".
No, voglio dirle la verità. Troverò le parole, spero. Renderò i concetti facili anche per la sua mente, brillante ed acuta e matura..dei suoi 7 anni.
Le dirò che papà non era d'accordo con le persone che fanno quella televisione perchè
"non fanno più vedere una cosa che vedevano mamma e papà perchè diceva cose che loro non volevano dicesse". E che certe volte per sentirsi bene con se stessi bisogna fare qualche rinuncia.
E le ricorderò anche che dire la verità vale per i piccoli ma soprattutto per i grandi. E che più la verità è grande, più va detta.
E le dirò anche che anche mamma e papà non vedranno più certi programmi che piacevano a loro, ma che hanno pensato fosse giusto dare un messaggio a chi scrive (mentendo) nella propria pubblicità "Liberi di.." mentre invece l'unica libertà che abbiamo è di essere o meno loro clienti.
Devo spiegare a mia figlia una cosa difficile, che forse non capirà e che per certo non gradirà.
Ma ho già spiegato a me stesso, già diversi anni fa, che essere padre non vuol dire chinare la testa, con quell'odioso mezzo sorriso di chi dice "tengo famiglia". E che è proprio perchè ho dei figli che debbo dare loro l'esempio di chi talvolta deve fare scelte non comode, ma giuste.
Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d'essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
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venerdì 26 agosto 2011
Devo spiegare..
martedì 28 giugno 2011
Capolinea
Non è che abbiamo poi quella confidenza... . Cosa vuoi, sono quasi 19 anni che sono via da Cagliari, ed anche prima in effetti, e prima di quel prima, in fin dei conti era meglio non frequentarsi.
Non è che avessi dell'affetto proprio filiale, inteso come quello classico del figlio... . Diciamo che i parenti non si scelgono, e poi tu lo sai, anche io ho il mio carattere, le mie stranezze. Anche io sono orgoglioso, a mio modo. Ma poi non riesco a portare rancore. Ecco in questo siamo diversi.
No, magari ecco, questo sì, ci piace parlare, a tutti e due. Raccontarci, raccontare. Ci piace ridere. E pensare che insieme abbiamo riso così poco. Mi ricordo, avrò avuto 12-13 anni. Era estate, eravamo in cucina, c'era un film di Totò, e la battuta era una delle classiche del suo repertorio, un misto tra doppio senso e rapidità. Fulminante. Scoppiammo a ridere come matti, tutti e due. Quella risata me la terrò stretta, come quelle mille lire di quando ti lavavo la macchina.
Non so poi perchè hai fatto quella vita là. Chi te lo faceva fare di farti una famiglia? Dicevi sempe che stavi benissimo, prima. E allora?
Non saprei, magari conoscendoti in un altro contesto, magari da adulto, forse sarebbe stato meglio. O peggio, bai e circa...
Che poi non ho mica capito cosa volevi da me. Il dubbio è che non lo sapessi manco tu, onestamente. Cioè, certo mi volevi "dottori". Si, ma poi?
Non so se mi spiego, è come quelle conversazioni che non hanno un inizio ed una fine, quelle da autobus, dove non è chiaro se ti stai incazzando o no, se hai ragione o torto, se sei un dritto o uno sciroccato.
Ma poi l'autobus arriva al capolinea. E tu sei sceso.
Pà, non dimenticare il cappello.
Non è che avessi dell'affetto proprio filiale, inteso come quello classico del figlio... . Diciamo che i parenti non si scelgono, e poi tu lo sai, anche io ho il mio carattere, le mie stranezze. Anche io sono orgoglioso, a mio modo. Ma poi non riesco a portare rancore. Ecco in questo siamo diversi.
No, magari ecco, questo sì, ci piace parlare, a tutti e due. Raccontarci, raccontare. Ci piace ridere. E pensare che insieme abbiamo riso così poco. Mi ricordo, avrò avuto 12-13 anni. Era estate, eravamo in cucina, c'era un film di Totò, e la battuta era una delle classiche del suo repertorio, un misto tra doppio senso e rapidità. Fulminante. Scoppiammo a ridere come matti, tutti e due. Quella risata me la terrò stretta, come quelle mille lire di quando ti lavavo la macchina.
Non so poi perchè hai fatto quella vita là. Chi te lo faceva fare di farti una famiglia? Dicevi sempe che stavi benissimo, prima. E allora?
Non saprei, magari conoscendoti in un altro contesto, magari da adulto, forse sarebbe stato meglio. O peggio, bai e circa...
Che poi non ho mica capito cosa volevi da me. Il dubbio è che non lo sapessi manco tu, onestamente. Cioè, certo mi volevi "dottori". Si, ma poi?
Non so se mi spiego, è come quelle conversazioni che non hanno un inizio ed una fine, quelle da autobus, dove non è chiaro se ti stai incazzando o no, se hai ragione o torto, se sei un dritto o uno sciroccato.
Ma poi l'autobus arriva al capolinea. E tu sei sceso.
Pà, non dimenticare il cappello.
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